In questa seconda parte della recensione de La risposta di Mauro Romanelli (qui per la prima) riporto le ragioni di divergenza con l’autore, commentando alcune citazioni particolarmente significative del libro.
Il capitalismo fossile e di guerra non sono semplicemente un “pezzo del sistema”: sostanzialmente, essi SONO il sistema…
L’unico modo, anche perchè tratteggia l’unica alleanza vincente oggi realisticamente possibile: quella tra un movimento, un popolo e una politica consapevoli e idealisti, che in prospettiva anelano a cambiamenti ancora più radicali e sistemici, ed una borghesia produttiva, professionale, imprenditoriale, tecnica e scientifica, avanzata e illuminata – la borghesia delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica – in grado di soppiantare l’ancien regime, il Re e la Nobiltà Nera del potere fossile…La transizione rinnovabile, elettrica e dell’efficienza energetica, non è affatto la nuova frontiera trasformista e gattopardesca del capitalismo, come va blaterando qualche dissennato, inconsapevole (e forse nemmeno sempre) amico del Re di Prussia, tutt’altro: è un qualcosa che il Capitalismo, quello cattivo, ha tentato per decenni di evitare come la peste, e adesso cerca perlomeno di rallentare, ed annacquare il più possibile.
Romanelli ammonisce di continuo sul mantenersi realisti e abbandonare visioni ingenue, per poi uscirsene con una rappresentazione abbastanza romanzata della realtà. Indubbiamente, il bisogno di espansione continua del capitalismo si traduce nella bulimia energetica che lo lega a doppio filo alle fonti fossili anche a rischio di compromettere la vita sul pianeta; e senza per forza dipingere l’industria del settore alla stregua di villain dei fumetti, essa costituisce inequivocabilmente una risorsa vitale del Capitale.
Tuttavia, gli imprenditori della green economy sono credibili nel ruolo di vendicatori dei popoli e dell’ambiente? Onestamente, non mi pare di vedere all’opera novelli Charles Fourier o Adriano Olivetti, bensì uomini d’affari che legittimamente coltivano il loro business senza particolari slanci riformisti, spesso espressione di aziende multinazionali perfettamente integrate nel mercato globale e dunque poco interessate alle rivoluzioni; per non parlare delle corporation della “nobiltà nera” (vedi la nostra ENI) intente solo a darsi una verniciata di verde a scopo promozionale.
Se l’energia rinnovabile non viene concepita come istanza di trasformazione politica e sociale ma tutta la supposta ‘illuminazione’ si limita a sensibilizzare verso le problematiche del riscaldamento globale, allora si tratta di mero marketing. Per lo meno, bisognerebbe esporsi sul delicatissimo tema della redistribuzione degli oneri economici della transizione, problema che ha reso impopolari la Energiewende tedesca e il Green New Deal europeo.
Quello che voglio dire è che non vi è una via riformista per convincere la Fifa ad abolire il goal nel gioco del calcio, ovvero i grandi attori del sistema capitalistico ad abolire il cuore, il fondamento – il goal, per l’appunto – di tale sistema, vale a dire la creazione di sempre nuovo valore aggiunto.
L’unica possibilità è che si abbatta questo sistema, ma ciò non avverrà in maniera pacifica e concorde, avverrà dopo crisi grandi e violente, ed avverrà se noi saremo in grado di cambiare “i rapporti di forza” a nostro favore.
Nella prima parte della recensione, ho parzialmente recepito la nozione di ‘rabbercio’ di Romanelli, tuttavia ho l’impressione che gli sfugga la caratteristica peculiare del capitalismo rispetto ai sistemi economici precedenti: non gli basta vincere “di corto muso” (per dirla alla maniera dell’ex allenatore di Milan e Juventus Massimiliano Allegri), ma deve segnare il massimo numero di gol possibile.
Fuori dalla metafora, significa che l’economia capitalista tende a sfruttare tutta l’energia disponibile, ragion per cui le emissioni globali non calano nonostante gli ottimi riscontri produttivi delle rinnovabili, che si aggiungono a petrolio, carbone e gas senza sostituirsi ad essi.
Pertanto, rimandare le ipotesi di riduzione dei consumi a tempi migliori, come vorrebbe Romanelli, vanifica gli effetti virtuosi della transizione energetica. Quanto ai “rapporti di forza”, temo che sarà impossibile ribaltarli a proprio favore raccontando versioni parziali ed edulcorate della realtà.
Neppure la cosiddetta ‘pedagogia delle catastrofi’ mi convince più di tanto perché, senza una chiara consapevolezza delle ragioni profonde alla base delle varie sciagure, è più probabile che le persone si facciano abbindolare dai venditori di spiegazioni facili, come del resto sta già drammaticamente avvenendo.
Durante l’ultima pandemia covid hanno chiuso centinaia di migliaia di piccole imprese in Italia, ma sono cresciute a dismisura alcune grandi multinazionali, così come si sono arricchite alcune decine di speculatori finanziari. In un sistema di mercato competitivo, una contrazione dei consumi penalizza le imprese più piccole e concentra i profitti. Insomma nel Capitalismo liberista la decrescita è possibile, purchè iniqua e infelice.
Meglio evitare la bilionesima spiegazione della differenza tra recessione e decrescita per non uccidere di noia i lettori (chi ancora ne fosse ignaro o volesse mettere a repentaglio la vita può leggere qui). Piuttosto, non capisco dove si voglia andare a parare: Romanelli sostiene forse che, finché persiste il sistema capitalista, si possa e si debba mantenere l’attuale trend di consumi e ritiene possibile farlo con le rinnovabili? Se così, allora il suo ‘rabbercio’ ha davvero poco da spartire con l’ecologismo scientifico.
Attualmente le rinnovabili, in tutte le forme, coprono solo un settimo circa del fabbisogno globale di energia primaria, inoltre la loro espansione deve essere ponderata per evitare i greenwashing. Quando si oltrepassa lo spartiacque per cui i benefici delle rinnovabili sono superati dalle esternalità negative che inevitabilmente provocano? Quanto velocemente possiamo svilupparle in armonia con l’urgenza di contenere gli effetti più gravi della crisi climatica, riducendo cioè progressivamente le fonti fossili?
Sono tutti interrogativi elusi da Romanelli che, come direbbe Jacopo Simonetta, si limita a considerare il ‘tubo di scappamento‘ della tecnosfera: la concentrazione troppo elevata di CO2 in atmosfera è infatti solo uno dei sei limiti planetari superati, problemi che non spariscono solo perché riteniamo troppo complessi gli interventi per ovviarli.
Ingombrano (pale eoliche e pannelli fotovoltaici, n.d.r.), in sintesi, si vedono, occupano territorio, tanto. Modificano il paesaggio. Accettare e interiorizzare questo fatto una volta per tutte, riuscire a vederlo come un pregio – perchè è un pregio, come spiegherò ancora meglio più avanti – anzichè come un difetto, è il salto culturale necessario, l’ultimo “stacco” che ci serve, per rendere la transizione rinnovabile definitivamente vincente e popolare…
Bisogna creare una nuova concezione di estetica che renda desiderabile la presenza di centrali fotovoltaiche e parchi eolici sul territorio..
Se “rendere la transizione rinnovabile definitivamente vincente e popolare” mira al risanamento ecologico e non soltanto al marketing, bisogna semmai approfittare del brutalismo dei parchi eolici e solari, non farseli piacere per forza. La preservazione del paesaggio, se non additata in maniera talebana (o interessata), potrebbe rappresentare un argomento convincente per incoraggiare un uso più responsabile dell’energia, non potendo più scaricare ogni onere “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
Le difficoltà da affrontare per accettare le limitazioni sono indiscutibili, ma sembra una via più praticabile (e utile) dello spacciare il rospo da baciare per un principe bellissimo.
Certamente, la transizione ecologica e digitale (ecologica e digitale, non solo ecologica), porterà ad un aumento dell’estrazione delle terre rare, valutato dalla Banca Mondiale (fonte Iren) in un differenziale di 250mila tonnellate anno da estrarre, tra il 2021 (estrazione reale di 200mila tonnellate), e il 2035 (estrazione prevista di 450mila tonnellate). Quanto abbiamo detto che estraiamo e bruciamo, oggi, di sostanze fossili in dodici mesi? 15,5 miliardi di tonnellate.
Contro 250 mila di terre rare aggiuntive, per la transizione sia energetica che digitale. Il rapporto è 1 a 62000. […]Quindi, ho ardito dedurre che, dovendo moltiplicare per mille le pale eoliche ad oggi presenti in Usa, per far funzionare tutto il Mondo ad eolico, si dovrebbe mettere in conto l’uccisione di un numero di uccelli mille volte superiore, e quindi, sempre prendendo la stima largamente più pessimista, 500 milioni di uccelli l’anno a livello globale.
Sempre meno di quanti già oggi muoiono solo in Usa per collisioni con grattacieli. Un quinto di quanti muoiono ad oggi, solo in Usa, per mano, anzi per zampa, dei gatti.
I social network brulicano di post denuncianti le violazioni dei diritti umani e gli scempi ambientali provocati dall’estrazione di silicio, litio, cobalto e terre rare “per l’auto elettrica e la green economy”, condivisi da orde di utenti che non si sono mai interrogati sull’origine della componentistica di computer, smartphone e device usati quotidianamente per esternare la loro indignazione su Facebook.
Tuttavia, un debunking è onesto se ristabilisce la verità mostrandola nella sua interezza, astenendosi a sua volta dalle strumentalizzazioni. Ad esempio, la lavorazione di una tonnellata di terre rare ne produce circa 2.000 di rifiuti tossici, per cui presentare il dato decontestualizzato ‘1 vs 62.000’ assume più che altro un valore propagandistico.
A parte mettere a nudo l’ipocrisia dei propri avversari dialettici, poco importa rimarcare che la filiera delle rinnovabili impatta meno di altri settori industriali o che una diffusione capillare delle pale eoliche ucciderebbe meno uccelli di gatti e grattacieli: bisogna ridurre il degrado ecologico, non aggiungerne altro per quanto modesto.
Fin da quando ha iniziato ad usare la parola scritta, l’essere umano ha espresso la chiara consapevolezza del suo bellissimo, irresistibile e irrinunciabile, ma anche imperdonabile peccato, l’anelito alla conoscenza, la hybris, l’arroganza, di sostituirsi a Dio. No, non saremo mai sostenibili. Non siamo capaci di autolimitazione. L’insostenibilità è una nostra caratteristica costitutiva e insuperabile. Possiamo solo contenerla, scenderci a patti, appunto, come abbiamo detto, “rabberciarla”.
Molti vedono nell’ecologismo un’idea di ritorno al passato, di riconnessione tra uomo e natura e di abbandono della modernità. Io al contrario penso che l’ecologismo sia un pensiero super-progressista, e in qualche modo addirittura contro-natura. L’essere umano non è un essere intrinsecamente buono e altruista, corrotto dalla modernità e dal denaro: queste sono visioni ingenue, favole… come tutte le specie biologiche, è un essere assolutamente egoista e incapace di lungimiranza: non ha perduto alcun contatto con la sua naturalità, si comporta al contrario in maniera perfettamente naturale, ovvero arraffa tutto quel che può, e fa il suo interesse nel breve periodo, esattamente come ogni altra specie biologica.
Riferendosi a qualcosa di vago e ineffabile come la natura umana, si può legittimamente sostenere tutto e il contrario di tutto, inutile quindi dilungarsi in discussioni oziose. Curioso però ripudiare le concezioni antropologiche tipiche dell’ecologismo in favore di quelle che rimandano alla tragedia dei beni comuni di Garret Hardin o alla concezione dell’homo oeconomicus, ossia riferimenti culturali tipici della narrativa anti ambientalista (puntellati da elementi del conservatorismo cristiano anti-illuminista, vedi la “arroganza di sostituirsi a Dio”).
Partendo da questi assiomi, come per gli antiecologisti è semplice giustificare lo status quo, altrettanto lo è per Romanelli far passare il suo ‘rabbercio’ quale unica opzione possibile; insomma, “ti piace vincere facile”, citando il tormentone di una famosa pubblicità.
Per inciso, svariate analisi antropologiche e gli studi di Elinor Ostrom sulla gestione dei beni comuni hanno dimostrato che, in determinate condizioni, i gruppi umani hanno saputo ovviare a quelle che, secondo Romanelli e cultori del capitalismo, sarebbero tare intrinseche insuperabili. Più probabilmente, sono delle tendenze di fondo esasperate dal delirio di onnipotenza causato dall’avvento dell’industrializzazione.
L’ecologismo quindi, è la presa di coscienza della necessità di fare un salto evolutivo, di andare contro-natura, o almeno contro quella che è stata fino ad oggi la nostra natura. Dobbiamo essere la prima specie biologica nella storia del Pianeta che comprende la complessità e fragilità degli equilibri ecologici, e che se ne fa carico in maniera idealista, generosa e lungimirante. Altro quindi che guardarsi indietro: l’ecologismo è al contrario un pensiero iper-progressista, perchè sostiene addirittura la necessità di un salto evolutivo dell’essere umano.
Mi rattrista che il libro prenda le distanze da tanti capisaldi della cultura ambientalista rimanendo invece ancorato a uno dei cliché più odiosi, ossia quello degli ecologisti antropologicamente superiori al resto degli esseri umani, un bias snob e arrogante che li ha resi antipatici a tanti potenziali simpatizzanti.
A parte ciò, ho l’impressione che tutta l’enfasi sul cambiare la natura ‘dentro di noi’ sia più che altro dettata allo scopo di far accettare la trasformazione radicale della natura ‘fuori di noi’, comportamento tipico di altri ‘iper-progressisti’ diversi da Romanelli, si tratti di paladini del nucleare, transumanisti o altri fautori del “non tornare indietro”. Per tutti questi, sebbene propongano ricette differenti, il ripristino degli ecosistemi passa per una loro profonda alterazione.
Insomma, o l’ecologismo diventa un modo per avvalorare, confermare, ribadire, sic et simpliciter, le mie affermazioni e le mie tesi sul mondo, o è, per parlarsi ancora più chiaro, “terreno per la mia egemonia”, oppure diventa qualcosa da disprezzare e irridere. Insomma, cari ecologisti, sembra dire un certo mondo di sinistra, vi si potrebbe anche voler bene, purchè facciate l’ecologismo nella maniera che diciamo noi, per dimostrare le nostre tesi, altrimenti state facendo giardinaggio.
Un atteggiamento, oltre che intellettualmente poco produttivo, anche decisamente arrogante… In sintesi, “Non sono io che devo capire l’Ecologia, è l’Ecologia che deve capire me”.
Ricostruzione perfetta dell’atteggiamento coltivato dalla sinistra verso l’ambientalismo. Tuttavia, La risposta non sembra discostarsene troppo, consistendo in gran parte in una serie di giustificazioni di ordine culturale e politico che renderebbero possibile solo il sostegno alla transizione energetica e non un risanamento ecologico a tutto tondo, rinviato a ipotetici tempi migliori.
Tra l’altro, questo comportamento non ricalca l’attendismo perdente della sinistra canzonato da Gaber in Qualcuno era comunista? (“Perché la rivoluzione? Oggi, no. Domani forse, ma dopodomani sicuramente…”)
Ovvero, il nome Ecolobby – oggettivamente un nome un po’ … “da stronzi”, si direbbe a Firenze – vuole segnalare appunto l’idea che non abbiamo alcuna intenzione di essere “buoni”, nel senso di buonisti, né ipocriti. Che intendiamo giocarcela a muso duro, e se necessario essere anche un po’ fallosi e scorretti… Ecolobby è l’idea di giocarsela fino in fondo, in campo aperto, con lo scopo di vincere la partita. Di vincerla anche per uno a zero al 93′, con gol su rigore che non c’era.
Personalmente diffido della strategia lobbystica, anche quando associata a tematiche di indubbio valore e rilevanza. Questo approccio politico tipicamente (neo)liberale, oltre a favorire l’interesse di parte sul bene comune, tende a normalizzare le istanze radicali potenzialmente foriere di grandi cambiamenti, mentre i gruppi di pressione finiscono troppo spesso accecati dal particolarismo trasformando la causa perorata da mezzo per un rinnovamento complessivo in qualcosa di fine a se stesso. Lo scopo finale, per usare le parole di Romanelli, diventa solo ‘vincere’, costi quel che costi.
Idiosincrasie personali a parte, devo ammettere che, abbandonando il proposito di ‘salvare il pianeta’ nel nome di un realismo e di un pragmatismo che circoscrive l’obiettivo alla transizione energetica, il libro riesce a trasmettere una concreta possibilità di successo. Nel contesto dell’ecologismo, abituato a sconfitte e disillusioni continue, questa narrazione potrebbe fare breccia sia tra i giovani timorosi per il futuro sia tra i militanti più stagionati stanchi di ricevere mazzate nei denti.
Non serve ricordare che viviamo in un mondo dove Donald Trump appena insediato alla Casa Bianca ha ritirato gli USA dagli accordi sul clima e la candidata cancelliera di Alternative für Deutschland propugna il ritorno al nucleare e l’abbattimento dei “mulini della vergogna”, malgrado l’eolico nel 2024 abbia prodotto elettricità pari a quella di una dozzina di reattori di terza generazione. In questo quadro a tinte foschissime, anche una ‘risposta’ non del tutto consona può rivelarsi utile, malgrado tutto.
Un giovanissimo me stesso, inevitabilmente ingenuo e ancora ignaro di cose come la dinamica dei sistemi e la scienza della sostenibilità, probabilmente si appassionerebbe al libro ammalliato dai ragionamenti apparentemente ineccepibili dell’autore, trovando ragioni di speranza nello sconforto più totale.
Se La risposta può fungere da base di partenza per una coscienza ambientalista in evoluzione, ben venga. Se invece il lobbysmo pro rinnovabili deve rappresentare la tappa finale del percorso, dubito che quest’opera possa sortire qualche effetto positivo se mai supereremo l’era del negazionismo ecologico.
Si, il fatto è che questi te la spacciano come “scienza” e chi non è d’accordo è un deficiente.
Cosa vuoi tu insegnarci il mestiere, che non sei neanche uno scienziato?
Mossa subdola. Che peraltro gira anche in molti altri ambiti.
Quelli delle biotecnologie o del nucleare usano la stessa tattica.
Risultato:
Solo che cali il prezzo del gas vanno tutti in apnea.
Per me le rinnovabili possono anche andare a fondo, magari in compagnia del nucleare e delle biotecnologie.
(I fossili si esauriranno presto, nella misura in cui possono sostenere una civiltà capitalista).
E poi si andrà avanti con meno fossili, penso prevalentemente con il gas che resta. Tutto qui.
A dire il vero non è uno scienziato del settore nemmeno Romanelli…
Pare che questo nuovo “mondo multipolare” funzioni così: ogni gallo del pollaio nella sua zona di influenza fa quello che vuole.
https://www.artberman.com/blog/lazy-thinking-how-memes-get-oil-all-wrong/
Berman se ne è venuto fuori con questo articolo alla Bardi. Infatti non ci si capisce un accidente. Eventualmente si possono leggere i commenti sotto.
Comunque il picco del petrolio ora non c’è più. Puff.
Da una frase buttata là all’inizio dell’articolo, pare di capire che il vero problema sia che pur essendoci petrolio non se ne estrae abbastanza velocemente per mantenere le esigenze di questa società.
Turiel faceva l’esempio di uno che ha un grande capitale in banca ma può prelevare solo un euro al colpo.
Boh.
Qualcosa comunque non mi torna.
Ma sulla teoria di Hubbert del picco del petrolio c’è un fraintendimento di fondo: Hubbert non era ‘catastrofista’, immaginava il picco delle fossili poco dopo l’inizio del XXI secolo perché convinto come tantissimi alla sua epoca (anni cinquanta) che l’energia nucleare si sarebbe sviluppata in maniera esponenziale, ritenendo quindi superfluo non solo sviluppare scisti e sabbie bituminose (considerate nelle sue analisi) ma anche metano e carbone. Se il picco non c’è stato non è perché le cose sono andate ‘meglio’, ma ‘peggio’. Ne ho trattato qui
https://apocalottimismo.it/vero-errore-hubbert/
Le conclusioni di Hubbert furono inizialmente guardate con sufficienza dagli ambienti scientifici ed economici, situazione che cambiò radicalmente nei primi anni settanta, quando, effettivamente, i 48 stati continentali USA raggiunsero il loro picco di produzione. La concomitanza di questi eventi con le crisi petrolifere del 1973 e del 1979 fece di Hubbert forse il geofisico più famoso del mondo.
Negli ultimi anni diversi studiosi in tutto il mondo (tra cui Colin Campbell[2][3], Jean Laherrère[4][5] ed altri) hanno ripreso le sue teorie cercando di estrapolare e formalizzare meglio i suoi risultati al fine di prevedere il picco di Hubbert della produzione mondiale di petrolio e gas naturale.
Sebbene tali analisi risultino molto più complicate a causa della grande incertezza sulle riserve petrolifere di molti stati (in particolare mediorientali), la maggior parte delle analisi fa cadere il “picco di Hubbert mondiale” all’incirca nel secondo decennio del XXI secolo o, più precisamente, tra il 2006 e, al più tardi, il 2020, anche in previsioni di eventuali crisi economiche che potrebbero temporaneamente ridurre la richiesta di petrolio.
Altri studi collegati, che tengono in conto anche lo sviluppo di fonti petrolifere “non convenzionali”, quali le sabbie bituminose, gli scisti bituminosi, e i gas liquefatti (detti anche GNL) non giungono comunque a spostare di molto in avanti queste date.
Sono collegati anche altri studi, portati avanti parallelamente dal Club di Roma con il suo famoso Rapporto sui limiti dello sviluppo del 1972, che giungono essenzialmente alle stesse conclusioni della teoria del Picco di Hubbert.
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Picco_di_Hubbert
Adesso, io sarò pure un demente, ma che Berman così, con molta nonchalance venga a dire che il picco del petrolio è fuorviante, addirittura una roba per creduloni, mi sembra quantomeno strano.
Non è che sta facendo manovra per riallinearsi con la nuova presidenza americana.
In fin dei conti, pure lui “tiene famiglia”.
🙂
Non dice questo, bensì che sia usato come meme. Ed esistono meme di varie qualità, ma ha ragione sul fatto che siano semplificazioni arbitrarie
Secondo Turiel il picco del petrolio si verifica quando una certa percentuale delle riserve non sono più sfruttabili economicamente.
Il parametro sono studi compiuti da un certo Hamilton o da Giraud.
Le riserve ancora sfruttabili economicamente sono le risorse
Berman sembra dire che gran parte delle riserve sono sfruttabili economicamente.
Quindi sarebbero risorse
E qui qualcosa non mi torna.
La faccenda del meme a me, personalmente interessa poco.
Voglio dire, allora, col petrolio c’è un problema o no?
Il problema con il petrolio è che ancora nel 2025 è largamente la prima fonte di energia primaria impiegata, e non è solamente una questione ecologica. Non si ripete più il binomio perfetto bassi costi di produzione = bassi prezzi di vendita del periodo del boom e riserve sfruttabili a prezzi più elevati possono provocare crisi economiche gravi (che poi si ripercuotono anche sulle possibilità di sfruttamento di tali riserve)
@fuzzy:
“Adesso, io sarò pure un demente, ma che Berman così, con molta nonchalance venga a dire che il picco del petrolio è fuorviante, addirittura una roba per creduloni, mi sembra quantomeno strano.”
Valuterei anche l’ipotesi di essere stato preso per il culo.
🙂
Comunque, te l’avevo detto!
Ciò che ho detto 2 anni fa è confermato nel mio ultimo post: il picco di produzione di petrolio greggio e condensato è stato nel 2018. L’EIA prevede che questo picco verrà raggiunto di nuovo entro il 2027, ma vedremo.
La densità energetica di NGL e altri componenti leggeri di ciò che viene chiamato petrolio è inferiore, ma quei prodotti sono utilizzati per scopi diversi, quindi confrontarli non è molto utile.
Tutti i nuovi giacimenti, scisto e convenzionali, stanno declinando più rapidamente rispetto al passato perché la tecnologia è migliore. Il tasso di declino non è dovuto al tipo di petrolio. Una produzione più rapida significa un rimborso più rapido dell’investimento, quindi è una buona cosa.
Il rumore di risucchio si verifica quando i giacimenti vengono perforati eccessivamente e questo è un problema per alcuni giacimenti di scisto, ma non stiamo esaurendo il petrolio… ancora.
Consiglierei di non preoccuparsi di quando si verifica il picco del petrolio. È un concetto astratto che in realtà non influisce su nulla.
Questo nella parte dei commenti all’articolo
Quello che scrivevo era in relazione ai cosiddetti esperti
soprattutto quando si riferiscono a materie energetiche.
Mi lamentavo che scrivono robe incomprensibili con la pretesa di fare i divulgatori, e se non ci capisci un accidente ti danno pure dello scemo
Io l’unico che sono riuscito a capire è stato Turiel. Ma non è uno del mestiere, mi sa.
Credo sia un oceanografo.
Comunque, visto che tu hai capito tutto spiegami pure, ti ascolto. Aspetta che prendo la birra e le patatine.
Ah, aspetta, Winston
Già che ci sei, spiegami anche questo. Son sempre le spiegazioni di Berman che trovi sotto il chiarissimo articolo
La domanda è: abbastanza petrolio per cosa? Quando ho scritto questo, ho dato per scontato che abbastanza petrolio significasse far funzionare la civiltà al suo livello attuale. Quasi certamente non ce ne sarà abbastanza per quel prezzo in un momento non troppo lontano nel futuro.
Di combustibili fossili il mondo ne è ancora pieno zeppo in quantità sufficienti da far innalzare la CO2 a livelli di oltre 700/800 o anche 1000ppm.
Carbone? L’Alaska ha qualcosa come 5 trilioni di risorse (“facilmente” convertibili per più del 50% in riserve).
La Russia con il bacino Lena e Tunguska viaggia più o meno sulla stessa cifra.
Solo in USA e Russia quindi abbiamo almeno 5 trilioni di tonnellate di carbone estraibile. Per un confronto le riserve attuali sono a 1 trilione di ton. Questo carbone può essere convertito in combustibili liquidi con un processo vecchio di 100 anni.
Poi c’è da aggiungere il gas da carbone. Il Mare del Nord ne è pieno. Un decennio fa si parlava di iniziare l’estrazione ma poi hanno scelto di andare avanti con pale eoliche, beh contenti loro.
Petrolio? Le sabbie bituminose del Canada hanno un totale di OOIP (original oil in place) di circa 3000 miliardi di barili. Con la tecnica SAGD si estrae almeno il 50% degli idrocarburi intrappolati. Cioè 1500 miliardi di barili più o meno pari alla attuali riserve di petrolio mondiale.
Sempre in Canada giace la Grosmont Carbonate Formation, petrolio pesante intrappolato in una formazione calcarea, altri 500 miliardi di barili di OOIP.
Il Venzuela con il suo Orinoco Basin ha circa dai 500 alle 900 mld di barili di petrolio pesante tecnicamente estraibili.
C’è poi il kerogene statunitense tra Utah, Wyoming e Colorado. 3 trilioni di barili di cui estraibili forse un 5-10% allo stato attuale.
Ci sono poi gli idrati di gas.
Ci sono poi innumerevoli bacini di scisto in giro per il mondo che aspettano ancora di essere sviluppati. La Kimmeridge Clay del mare del Nord ad esempio, per rimanere in terra d’albione, è un’ottima candidata per la fratturazione idraulica ma, ripeto, hanno scelto i mulini a vento. Sono scelte eh.
Con questo cosa voglio dire? Che va tutto bene? Che almeno noi e i nostri figli dobbiamo smettere di preoccuparci della fine del petrolio o di immettere miliardi di tonnellate di CO2 nell’ambiente?
Ovviamente no.
Tutte queste risorse possono essere tecnicamente estraibili ma il loro costo potrebbe non essere sostenibile per i consumatori. Alcune di queste risorse inoltre sono “lente” nell’estrazione.
Una cosa è trivellare un pozzo di un giacimento convenzionale, magari di rocce carbonatiche fratturate, che sparano in superficie 200.000 barili al giorno di “Light sweet crude” arabo, un’altra è scavare le sabbie bituminose o pompare il petrolio viscoso dal bacino dell’Orinoco.
Per il nostro sistema economico basato sulla crescita ciò crea un problema non da poco e infatti la stasi che viviamo nella produzione petrolifera dal 2018 si ripercuote sulla crescita “reale” delle nazioni.
Riguardo al clima poi onestamente penso che nessuno sa i reali effetti che un tale “esperimento” può comportare, è qualcosa che non è mai successa nella storia di questo pianeta.
Per milioni di anni della storia geologica di questo pianeta la CO2 è stata “mediamente” elevata con valori di 2000/2500 ppm e anche molto oltre.
Poi l’evoluzione/il caso ha portato alla nascita di organismi (i Coccolitofori del cretaceo) che usano questa CO2 per accrescere i loro gusci fatti di carbonato di calcio il quale viene sequestrato nel processo di formazione di rocce carbonatiche.
In pratica nelle rocce carbonatiche è intrappolata la CO2 del passato in quantità ben maggiori di tutti i combustibii fossili messi insieme.
Se non fosse stato per l’utilizzo dei combustibili fossili il processo sarebbe andato avanti, visto che continua ancora oggi, fino ad arrivare ad un livello così basso di CO2 da bloccare la fotosintesi di alcuni vegetali.
Tuttavia dovremmo riflettere sul fatto che noi come razza umana stiamo immettendo in atmosfera 300 milioni di anni di carbonio sequestrato nel giro di soli 300 anni circa. Nella storia geologica di questo pianeta è qualcosa che probabilmente non è mai accaduto e i cui effetti non sono prevedibili da nessun modello di qualche climatologo.
Winston
Che poi se vai su you tube e cerchi di capire una qualsiasi cosa, ti trovi in una tale babele di spiegazioni contrastanti che a quel punto ti conviene fare di testa tua sbagliando pure, che almeno sbagliando si impara.
Ed è meglio fare tanti piccoli errori piuttosto che pochi ma grandi
Lo dice Taleb
Unico faro nella notte
” condivisi da orde di utenti che non si sono mai interrogati sull’origine della componentistica di computer, smartphone e device usati quotidianamente per esternare la loro indignazione su Facebook.” Questo è un colpo basso. Non sei al computer anche tu, per scrivere questo? Semmai, puoi più generosamente supporre che le persone così scandalizzate cerchino di far durare i loro dispositivi più a lungo possibile, e/o di comprarli usati, e di usarli solo per il necessario.
Per il resto, questo libro mi sembra antipatico e poco utile. Chi non ha ancora capito che mantenere tutto invariato, tranne il passaggio alle rinnovabili, è come passare alle automobili per risolvere il problema del letame per strada… probabilmente non capisce perché non vuole capire, ed è inutile perderci tempo.
Certo, ma non mi metto a diffondere meme del tutto tendenziosi o ultrabufalari, come quello iperdiffuso su Facebook del bambino africano che lavora in un cantiere edile e viene spacciato per un minatore che estrae cobalto “per la tua auto elettrica”. Ovviamente non c’è nulla di male nel denunciare gli abusi e l’impatto legato all’estrazione di silicio, litio, cobalto, terre rare ecc lo diventa quando vuoi far credere che la green economy sia la principale (se non addirittura unica) fruitrice.
Diciamo che se prendi l’esempio più cretino possibile di persone che parlano a vanvera, allora è come dici tu. Ma l’impatto negativo dell’estrazione delle terre rare e di altri minerali è sottolineato anhe da chi sa benissimo dove vanno a finire. E poi non puoi paragonare un telefono, per l’appunto, a un’automobile, che contiene molta più roba e di cui dovremmo iniziare a fare a meno anche a prescindere dalle batterie. Io personalmente non ho lo smartphone, e sto cercando di resistere più a lungo possibile, ma persino lo stato italiano sta rendendo la vita senza smartphone sempre più difficile.
Il problema è che sui social media ‘l’esempio più cretino possibile’ è virale. Comunque, lo sfruttamento minerario è ancora nettamente in prevalenza per quanto riguarda informatica ed elettronica rispetto alle cose riconducibili alla green economy. Qui siamo di fronte a due mistificazioni: quella che vorrebbe la green economy come maggiore responsabile dell’impatto di certo settore minerario e quello di Romanelli che cerca di applicare una logica “siccome esistono tante cazzate sull’impatto della green economy = ogni critica al riguardo è conseguentemente una cazzata” (che poi è la strategia già usata dai fautori di nucleari e OGM).
Stanno cercando anche di rendere ricaricabile e wireless qualsiasi cosa, anche se non ce n’è assolutamente bisogno. Trovare un rasoio elettrico con il filo e la spina per attaccarlo alla rete domestica è diventata un’impresa, ad esempio.
In effetti forse non avevo capito bene la distinzione che tu stai facendo; per me tutto ciò che è “elettrico” in senso lato va nello stesso calderone, non distinguo il mio computer da un pannello fotovoltaico, anche se non sono certo la stessa cosa. Evidentemente invece tanta gente non ragiona così, vede un elettrico imprescindibile e uno da criticare.
Non è lo stato però ad obbligarti (credo!) a comprare rasoi wireless (perché poi? Dobbiamo tutti andare a depilarci nella giungla?). Però se io devo accedere per esempio alla mia cartella medica, mi è impossibile usare spid senza uno smartphone. E così tante altre cose.
(P.S. Vogliamo anche parlare di come non esistono più le dinamo sulle biciclette?)
Il problema con la green economy non è per quello che attualmente è, ma per quello che vorrebbe diventare. È gente che fa progetti fantascientifici.
Probabilmente resteranno solo sogni sulla carta perché quello che è
basso dal punto di vista energetico lo è anche sotto il profilo economico.
Il che non vuol dire che un pannello solare da balcone per far funzionare
una radio o poche altre cose, non potrebbe essere utile.
Oramai costano poco, sempre che si decida di spegnere tutto quando cala il sole.
Per il resto, io uso uno smartphone ma mia madre, 84 anni sonanti, no.
Usa un semplice telefonino con cui riesce far tutto senza grossi problemi.
Penso che si sia ancora in tempo per
fermare la corsa tecnologica.
Sempre che non si fermi da sola.
E poi se il telefonino non è miniaturizzati, ancora meglio, perché in un “telefonone” i materiali possono stare più larghi per essere poi più facilmente riciclati.
I microchips dovrebbero essere standardizzati, meno potenti, più durevoli e rimuovibili dalla scheda madre
Rimovibili
“Sempre che non si fermi da sola”
Sto leggendo il fantastico libro di Turiel “El futuro de Europa”.
Dice che il picco della microelettronica è stato prima del Covid. Non è vero che durante quel periodo siano esplose le vendite di computer, almeno a livello globale. Sono in caduta da anni.
Basta
Corretto, il picco di vendite di pc è stato raggiunto intorno alla fine del 2011 e la pandemia ha solo causato un momentaneo rimbalzo a causa dello smartworking. Al link seguente il grafico delle vendite globali. https://www.statista.com/statistics/263393/global-pc-shipments-since-1st-quarter-2009-by-vendor/
Un’altra cosa da far notare è anche il picco di vendite di auto in Europa. Le vendite nell’ultimo anno sono arrivate a quota 10,6 milioni in “aumento” dello 0,8% rispetto al 2023.
Tuttavia se gettiamo uno sguardo sul passato “recente” noteremo che l’industria dell’auto europea è in crisi dal 2020 in poi e non si è ripresa più da allora.
Riporto di seguito le vendite:
2005 17,893,955
2006 18,671,556
2007 19,606,588
2008 18,809,599
2009 16,603,761
2010 16,491,863
2011 17,160,600
2012 16,182,359
2013 15,932,852
2014 16,147,935
2015 16,404,963
2016 17,285,919
2017 17,969,531
2018 17,908,336
2019 17,944,404
2020 13,884,237
2021 13,736,595
2022 12,370,231
In sostanza se confrontiamo le vendite 2024 rispetto al picco del 2007 a quota 19,6 milioni di veicoli siamo quasi a un meno 50%.
Roba da collasso vero e proprio.
Altro che il collasso è qualcosa che arriverà.
Macchè, siamo nel pieno del collasso!
Anche rispetto agli altri anni ormai viaggiamo su un meno 40%.
“picco della produzione e delle vendite”
ragazzi e’ ovvio: quando arriva un nuovo prodotto di successo sul mercato, le vendite crescono finche’ tutti riescono a procurarsene uno, poi si restringono perche’ avviene solo la sostituzione.
E’ una delle prime cose che si insegnano in un corso base di economia, ma sinceramente dovrebbero essere intuitive.
Riguardo ai computer, in pochissimi anni si e’ passati da zero computer a tutti col computer. I cellulari lo stesso. Le automobili anche. Le case pure, in una certa misura (nel senso che queste c’erano gia’ prima, ma scarse). Poi quando tutti ce l’hanno le vendite rallentano.
Tant’e’ che la normativa legale, dove puo’, su spinta delle varie lobby e dei contabili di Stato preoccupati solo della crescita del pil per tenere a bada il debito, con la scusa dell’ambientalismo, ne ha fatte di tutti i colori per imporre rottamazioni e sostituzioni anticipate in modo da tenere sempre alta la domanda e il consumo anche quando i consumatori avrebbero rallentato gli acquisti: e’ stato fatto ripetutamente per le automobili (svariate rottamazioni obbligatorie negli ultimi decenni), lo si sta facendo per l’edilizia, la francia deve gia’ aver implementato la direttiva europea che obbliga la conversione degli edifici a emissioni zero pena il divieto di vendere e affittare (con probabilmente l’aumento della tassazione patrimoniale – in italia c’e’ gia’, se una casa resta sfitta o non abitata paga un botto di IMU, l’intero valore dell’immobile quando ne aveve uno, in trent’anni, che poi e’ uno dei motivi nascosti per cui i migranti fanno comodo per riempire le periferie che altrimenti verrebbero abbandonate col calo della popolazione).
Sfido io che la gente ricomincia a preferire hitler, e’ sottoposta a un vero “doppio legame” di messaggi contrastanti (consumare di piu’ per consumare meno) e schizogeni.
A fianco e in aggiunta alla normativa, i produttori una volta raggiunto un certo potere di monopolio si accordano per l’obsolescenza programmata, esplicita o implicita attraverso la produzione di oggetti irriparabili.
Dove la normativa non puo’ imporre, induce attraverso i bonus: ma i bonus in ultima analisi sono anch’essi impositivi, perche’ equivalgono a una tassa, a una imposta su quelli che non ne approfittano (questa non ve la spiego spero sia evidente perche’).
En passant, un altro trucco per tenere artificialmente alti i consumi e il PIL, forse ancora piu’ subdolo, e’ dare alla gente e far diventare indispensabile, per costrizione sociale o per legge, roba che ha bisogno per sempre di elevati costi di manutenzione e/o sostituzione.
Non lo fanno solo le aziende private: le amministrazioni pubbliche continuano a sfornare a nastro nuove opere pubbliche in aggiunta alle vecchie che poi assicureranno ai loro manutentori un reddito eterno. E la tendenza e’ nell’IMPORRE manutenzioni con periodicita’ sempre piu’ stringente non solo nel pubblico e non importa quanto costa, ma anche sulle cose private (pensate a automobili, caldaie, stufe, motorini, corsi di aggiornamento obbligatori fino a tarda eta’ per poter continuare a lavorare, trattamenti sanitari in nome della prevenzione, costosissimi pacchi-batteria ricaricabili che si esauriscono…).
I programmi per computer in acquisto stanno sparendo, stanno venendo sostituiti da aggiornamenti in abbonamento annuale, una specie di tassa che assicura al produttore un guadagno annuale garantito e una rendita di posizione.
E a breve spariranno anche gli aggiornamenti in abbonamento: il programma non girera’ piu’ sull’hardware dell’utente, ma sul cloud , come del resto vale gia’ in gran misura per i dati, cosi’ da eliminare completamente il controllo dell’utente sui suoi strumenti di vita e di lavoro.
I commercialisti usano gia’ da anni, a noleggio annuale, dalla rete e in modalita’ terminale, programmi per lavorare e dati dei loro utenti che girano su macchine situate chissa’ dove.
La eliminazione del contante, questa volta in nome della lotta all’evasione e non all’inquinamento e per la sicurezza, va nello stesso senso, con essa lo Stato avra’ il controllo completo sulla vita delle persone e un potentissimo mezzo non solo di controllo ma proprio di comando.
Non so voi, ma io personalmente, acquisita questa consapevolezza anche perche’ data l’eta’ ho personalmente visto e vissuto il mondo radicalmente cambiare in questo senso, sento di vivere in una sgradevolissima distopia nella quale sarebbe stato meglio non essere mai nati.
E voi vi preoccupate del picco del petrolio? Se non ci fosse, sarebbe da augurarselo! (che poi credo sia il vero motivo per cui tanti se ne occupano ossessivamente: perche’ lo desiderano, non perche’ lo temono, dalle ultime notizie di Berman, peraltro ovvie e risapute da sempre per agli insider, e’ evidente).
Il picco del petrolio
Certo, aiuterebbe a mitigare altri problemi ben più preoccupanti.
Ma le ultime notizie di Berman si inquadrano in un diverso discorso che non hai capito. Forse perché ti va bene capire quello che ti pare.
Il picco del petrolio continua…
Il picco del petrolio significa decrescita
Noi (io) per la decrescita siamo attrezzati.
Per la crisi climatica e il superamento dei limiti planetari francamente no.
https://phys.org/news/2023-09-planetary-boundaries-exceeded.html
Vale sempre il principio base di Taleb: “tenersi alla larga dai guai”.
https://senecaeffect.substack.com/p/the-seneca-cliff-of-petroleum-production
Appena scrivo una cosa mi devo subito smentire.
Questo articolo di Bardi sul picco del petrolio (o qualsiasi altra cosa sia), mi sembra chiarissimo.
E se ne possono trarre interessanti supposizioni sul perché della finanza.
Che poi non è detto che saranno giuste.
🙂
Dunque, Berman in un secondo articoli cerca di spiegare l’articolo precedente in cui definisce il picco del petrolio un meme
Io che non ci ho capito una mazza la prima volta non ci ho capito neanche la seconda, comunque, leggendo tra i commenti
Continuo a credere che ancora più importanti di geologia, tecnologia ed economia siano: credito, geopolitica, complessità e contratto sociale. Infatti, un picco futuro “percepito” provoca uno spostamento di fase nel comportamento a livello di stato nazionale, che stiamo iniziando a vedere ora. Il “picco del petrolio” tecnicamente è ancora novembre 2018, e quanto è stato importante, se lo è stato? Potrebbe rimanere allora, o essere il 2026 o il 2030? ecc. Ciò che conterà sono i tassi di declino post-picco e se si tratterà di un declino graduale o del grafico che Nissem Taleb mostra di una crescita dei tacchini durante tutto l’anno fino a novembre.
Apprezzo la tua volontà di chiamare le cose come le vedi, non come le vorresti.
Avanti nella curiosità, nella scoperta e al servizio di futuri migliori di quelli predefiniti
Nate Hagens
Quindi col credito siamo in sintonia con quello che scrive Bardi sul dirupo di Seneca, cioè che se vuoi evitare una discesa brusca dal picco devi investire in estrazione.
Poi su geopolitica, contratto sociale ecc a me sembra che abbia ragione Bardi
Siccome i soldi se ne vanno in spese di produzione del petrolio non si possono utilizzare per l’economia e da questo ne derivano problemi di geopolitica, contratto sociale ecc
Dipende da come metti in ordine le cause e gli effetti
Ho pubblicato la mia recensione de ‘La caduta del Leviatano’; segnalo in caso interessi: https://gaiabaracetti.wordpress.com/2025/01/27/recensione-de-la-caduta-del-leviatano/
Grazie sia delle critiche che degli elogi. Posso rispondere, a titolo personale. Per l’impaginazione e lo scarso editing occorre rivolgersi all’editore.
Per l’uso di termini positivi a proposito di cose come il benessere, la tecnologia ecc., è vero che sono il viatico per una catastrofe biblica, ma anche che sono piacevoli e che la loro mancanza è più o meno sgradevole, fino a drammatica, a seconda del livello. Una situazione autenticamente tragica che la scelta dei termini cerca di evidenziare. Buona parte del libro ruota intorno al concetto di tragedia nel senso di situazione in cui qualunque scelta possibile, anche se giusta, comporta conseguenze più o meno terribili.
Quanto al non parlare del fatto che la morte del Leviatano, pur con il suo carico di lutti e miserie, comporterà anche il risorgere di molte meraviglie e la salvezza della Biosfera (probabilmente compresa una parte di noi), per me è stata una scelta precisa. Il punto è che, secondo me, chi si troverà a vivere la fase acuta del collasso della nostra civiltà non sarà minimamente interessato al fatto che ciò rappresenta effettivamente la medicina per salvare (forse) la biosfera e l’umanità. Sarà, penso, interessato solo a quanto questa medicina sia amara.
Chi potrà vedere gli aspetti positivi di ciò che presumibilmente accadrà nei prossimi decenni (e di cui abbiamo già degli assaggini) saranno coloro che potranno osservare tali eventi da molto lontano nel tempo, studiando la storia e/o ascoltando antiche leggende.
Infine, circa le note hai perfettamente ragione, ma avrebbero rappresentato un carico di lavoro tale da farmi passare la voglia di scrivere il libro, oltre che totalmente sproporzionato rispetto alle aspettative di lettura. Perché, come giustamente fai notare, questo genere di letteratura è e rimane appannaggio di una nicchia nella nicchia. Insomma, secondo me, non ne valeva la pena.
Jacopo, posso chiederti una cortesia? Metteresti questo commento anche sotto al mio articolo sul mio blog? Non per trascinarti per forza di là, ma penso che ai miei lettori, nel caso non lo vedano qui, potrebbe interessare.
Grazie della risposta, a quello che ho detto aggiungo che per me non è così, capisco benissimo che alcune cose che hanno molto valore andranno perse o ridotte (la sanità in primis) ma a me questo livello di benessere fa veramente schifo. Riduce la qualità della vita nelle cose che valgono davvero, per motivi che a volta spiego nei miei libri. Se dovesse, ad esempio, finire l’era dell’automobile quando sarò in vita, esulterei già da adesso.
*a mia volta
@gaia
“capisco benissimo che alcune cose che hanno molto valore andranno perse o ridotte (la sanità in primis) ma a me questo livello di benessere fa veramente schifo”
stai dicendo che la tua scala di valori e’ diversa da quella degli altri, non c’e’ niente di male a esprimerlo senza giri di parole (anche perche’ implica riconoscere le scale di valori degli altri, che e’ positivo nella mia personale scala, che per il resto somiglia abbastanza alla tua, tranne che per questo)
l’ambientalismo positivistico-razionale l’ha buttata in “la scienza sono io”, come traspare dal commento di Jacopo, proprio perche’, per retaggio politico positivistico, rifiuta di riconoscere la diversita’ dei valori
e’ anche per questo che ottiene risultati contrari a quelli che vorrebbe
La cosa curiosa è che, se a dire ‘la scienza sono io’ fosse un medico che ammonisce un alcolizzato sullo smettere di ubriacarsi per evitare una cirrosi e questi rispondesse che per lui l’osteria è un valore più importante della salute, per la maggior parte della gente farebbe la figura del coglione anche se sta mettendo a repentaglio solo la sua esistenza e non quella altrui.
https://it.renovablesverdes.com/celle-fotovoltaiche-realizzate-con-materiali-organici/
Che poi si tende a fotografare un istante trascurando il fatto che nel frattempo “tutto scorre”.
Le celle fotovoltaiche organiche.
Magari richiedono un certo clima adatto, ma insomma, per il resto non sembrerebbero per niente male.
Recentemente si è letto di progressi anche nel processo di produzione dell’idrogeno.
La Cina ha ingranato una marcia in più non solo nell’ambito dell’intelligenza artificiale.