In questa seconda parte della recensione de La risposta di Mauro Romanelli (qui per la prima) riporto le ragioni di divergenza con l’autore, commentando alcune citazioni particolarmente significative del libro.

Il capitalismo fossile e di guerra non sono semplicemente un “pezzo del sistema”: sostanzialmente, essi SONO il sistema…
L’unico modo, anche perchè tratteggia l’unica alleanza vincente oggi realisticamente possibile: quella tra un movimento, un popolo e una politica consapevoli e idealisti, che in prospettiva anelano a cambiamenti ancora più radicali e sistemici, ed una borghesia produttiva, professionale, imprenditoriale, tecnica e scientifica, avanzata e illuminata – la borghesia delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica – in grado di soppiantare l’ancien regime, il Re e la Nobiltà Nera del potere fossile…

La transizione rinnovabile, elettrica e dell’efficienza energetica, non è affatto la nuova frontiera trasformista e gattopardesca del capitalismo, come va blaterando qualche dissennato, inconsapevole (e forse nemmeno sempre) amico del Re di Prussia, tutt’altro: è un qualcosa che il Capitalismo, quello cattivo, ha tentato per decenni di evitare come la peste, e adesso cerca perlomeno di rallentare, ed annacquare il più possibile.

Romanelli ammonisce di continuo sul mantenersi realisti e abbandonare visioni ingenue, per poi uscirsene con una rappresentazione abbastanza romanzata della realtà. Indubbiamente, il bisogno di espansione continua del capitalismo si traduce nella bulimia energetica che lo lega a doppio filo alle fonti fossili anche a rischio di compromettere la vita sul pianeta; e senza per forza dipingere l’industria del settore alla stregua di villain dei fumetti, essa costituisce inequivocabilmente una risorsa vitale del Capitale.

Tuttavia, gli imprenditori della green economy sono credibili nel ruolo di vendicatori dei popoli e dell’ambiente? Onestamente, non mi pare di vedere all’opera novelli Charles Fourier o Adriano Olivetti, bensì uomini d’affari che legittimamente coltivano il loro business senza particolari slanci riformisti, spesso espressione di aziende multinazionali perfettamente integrate nel mercato globale e dunque poco interessate alle rivoluzioni; per non parlare delle corporation della “nobiltà nera” (vedi la nostra ENI) intente solo a darsi una verniciata di verde a scopo promozionale.

Se l’energia rinnovabile non viene concepita come istanza di trasformazione politica e sociale ma tutta la supposta ‘illuminazione’ si limita a sensibilizzare verso le problematiche del riscaldamento globale, allora si tratta di mero marketing. Per lo meno, bisognerebbe esporsi sul delicatissimo tema della redistribuzione degli oneri economici della transizione, problema che ha reso impopolari la Energiewende tedesca e il Green New Deal europeo.

Quello che voglio dire è che non vi è una via riformista per convincere la Fifa ad abolire il goal nel gioco del calcio, ovvero i grandi attori del sistema capitalistico ad abolire il cuore, il fondamento – il goal, per l’appunto – di tale sistema, vale a dire la creazione di sempre nuovo valore aggiunto.

L’unica possibilità è che si abbatta questo sistema, ma ciò non avverrà in maniera pacifica e concorde, avverrà dopo crisi grandi e violente, ed avverrà se noi saremo in grado di cambiare “i rapporti di forza” a nostro favore.

Nella prima parte della recensione, ho parzialmente recepito la nozione di ‘rabbercio’ di Romanelli, tuttavia ho l’impressione che gli sfugga la caratteristica peculiare del capitalismo rispetto ai sistemi economici precedenti: non gli basta vincere “di corto muso” (per dirla alla maniera dell’ex allenatore di Milan e Juventus Massimiliano Allegri), ma deve segnare il massimo numero di gol possibile.

Fuori dalla metafora, significa che l’economia capitalista tende a sfruttare tutta l’energia disponibile, ragion per cui le emissioni globali non calano nonostante gli  ottimi riscontri produttivi delle rinnovabili, che si aggiungono a petrolio, carbone e gas senza sostituirsi ad essi.

Pertanto, rimandare le ipotesi di riduzione dei consumi a tempi migliori, come vorrebbe Romanelli, vanifica gli effetti virtuosi della transizione energetica. Quanto ai “rapporti di forza”, temo che sarà impossibile ribaltarli a proprio favore raccontando versioni parziali ed edulcorate della realtà.

Neppure la cosiddetta ‘pedagogia delle catastrofi’ mi convince più di tanto perché, senza una chiara consapevolezza delle ragioni profonde alla base delle varie sciagure, è più probabile che le persone si facciano abbindolare dai venditori di spiegazioni facili, come del resto sta già drammaticamente avvenendo.

Durante l’ultima pandemia covid hanno chiuso centinaia di migliaia di piccole imprese in Italia, ma sono cresciute a dismisura alcune grandi multinazionali, così come si sono arricchite alcune decine di speculatori finanziari. In un sistema di mercato competitivo, una contrazione dei consumi penalizza le imprese più piccole e concentra i profitti. Insomma nel Capitalismo liberista la decrescita è possibile, purchè iniqua e infelice.

Meglio evitare la bilionesima spiegazione della differenza tra recessione e decrescita per non uccidere di noia i lettori (chi ancora ne fosse ignaro o volesse mettere a repentaglio la vita può leggere qui). Piuttosto, non capisco dove si voglia andare a parare: Romanelli sostiene forse che, finché persiste il sistema capitalista, si possa e si debba mantenere l’attuale trend di consumi e ritiene possibile farlo con le rinnovabili? Se così, allora il suo ‘rabbercio’ ha davvero poco da spartire con l’ecologismo scientifico. 

Attualmente le rinnovabili, in tutte le forme, coprono solo un settimo circa del fabbisogno globale di energia primaria, inoltre la loro espansione deve essere ponderata per evitare i greenwashing. Quando si oltrepassa lo spartiacque per cui i benefici delle rinnovabili sono superati dalle esternalità negative che inevitabilmente provocano? Quanto velocemente possiamo svilupparle in armonia con l’urgenza di contenere gli effetti più gravi della crisi climatica, riducendo cioè progressivamente le fonti fossili?

Sono tutti interrogativi elusi da Romanelli che, come direbbe Jacopo Simonetta, si limita a considerare il ‘tubo di scappamento‘ della tecnosfera: la concentrazione troppo elevata di CO2 in atmosfera è infatti solo uno dei sei limiti planetari superati, problemi che non spariscono solo perché riteniamo troppo complessi gli interventi per ovviarli.

Ingombrano (pale eoliche e pannelli fotovoltaici, n.d.r.), in sintesi, si vedono, occupano territorio, tanto. Modificano il paesaggio. Accettare e interiorizzare questo fatto una volta per tutte, riuscire a vederlo come un pregio – perchè è un pregio, come spiegherò ancora meglio più avanti – anzichè come un difetto, è il salto culturale necessario, l’ultimo “stacco” che ci serve, per rendere la transizione rinnovabile definitivamente vincente e popolare…

Bisogna creare una nuova concezione di estetica che renda desiderabile la presenza di centrali fotovoltaiche e parchi eolici sul territorio..

Se “rendere la transizione rinnovabile definitivamente vincente e popolare” mira al risanamento ecologico e non soltanto al marketing, bisogna semmai approfittare del brutalismo dei parchi eolici e solari, non farseli piacere per forza. La preservazione del paesaggio, se non additata in maniera talebana (o interessata), potrebbe rappresentare un argomento convincente per incoraggiare un uso più responsabile dell’energia, non potendo più scaricare ogni onere “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Le difficoltà da affrontare per accettare le limitazioni sono indiscutibili, ma sembra una via più praticabile (e utile) dello spacciare il rospo da baciare per un principe bellissimo.

Certamente, la transizione ecologica e digitale (ecologica e digitale, non solo ecologica), porterà ad un aumento dell’estrazione delle terre rare, valutato dalla Banca Mondiale (fonte Iren) in un differenziale di 250mila tonnellate anno da estrarre, tra il 2021 (estrazione reale di 200mila tonnellate), e il 2035 (estrazione prevista di 450mila tonnellate). Quanto abbiamo detto che estraiamo e bruciamo, oggi, di sostanze fossili in dodici mesi? 15,5 miliardi di tonnellate.
Contro 250 mila di terre rare aggiuntive, per la transizione sia energetica che digitale. Il rapporto è 1 a 62000. […]

Quindi, ho ardito dedurre che, dovendo moltiplicare per mille le pale eoliche ad oggi presenti in Usa, per far funzionare tutto il Mondo ad eolico, si dovrebbe mettere in conto l’uccisione di un numero di uccelli mille volte superiore, e quindi, sempre prendendo la stima largamente più pessimista, 500 milioni di uccelli l’anno a livello globale.
Sempre meno di quanti già oggi muoiono solo in Usa per collisioni con grattacieli. Un quinto di quanti muoiono ad oggi, solo in Usa, per mano, anzi per zampa, dei gatti.

I social network brulicano di post denuncianti le violazioni dei diritti umani e gli scempi ambientali provocati dall’estrazione di silicio, litio, cobalto e terre rare “per l’auto elettrica e la green economy”, condivisi da orde di utenti che non si sono mai interrogati sull’origine della componentistica di computer, smartphone e device usati quotidianamente per esternare la loro indignazione su Facebook.

Tuttavia, un debunking è onesto se ristabilisce la verità mostrandola nella sua interezza, astenendosi a sua volta dalle strumentalizzazioni. Ad esempio, la lavorazione di una tonnellata di terre rare ne produce circa 2.000 di rifiuti tossici, per cui presentare il dato decontestualizzato ‘1 vs 62.000’ assume più che altro un valore propagandistico.

A parte mettere a nudo l’ipocrisia dei propri avversari dialettici, poco importa rimarcare che la filiera delle rinnovabili impatta meno di altri settori industriali o che una diffusione capillare delle pale eoliche ucciderebbe meno uccelli di gatti e grattacieli: bisogna ridurre il degrado ecologico, non aggiungerne altro per quanto modesto.

Fin da quando ha iniziato ad usare la parola scritta, l’essere umano ha espresso la chiara consapevolezza del suo bellissimo, irresistibile e irrinunciabile, ma anche imperdonabile peccato, l’anelito alla conoscenza, la hybris, l’arroganza, di sostituirsi a Dio. No, non saremo mai sostenibili. Non siamo capaci di autolimitazione. L’insostenibilità è una nostra caratteristica costitutiva e insuperabile. Possiamo solo contenerla, scenderci a patti, appunto, come abbiamo detto, “rabberciarla”.

Molti vedono nell’ecologismo un’idea di ritorno al passato, di riconnessione tra uomo e natura e di abbandono della modernità. Io al contrario penso che l’ecologismo sia un pensiero super-progressista, e in qualche modo addirittura contro-natura. L’essere umano non è un essere intrinsecamente buono e altruista, corrotto dalla modernità e dal denaro: queste sono visioni ingenue, favole… come tutte le specie biologiche, è un essere assolutamente egoista e incapace di lungimiranza: non ha perduto alcun contatto con la sua naturalità, si comporta al contrario in maniera perfettamente naturale, ovvero arraffa tutto quel che può, e fa il suo interesse nel breve periodo, esattamente come ogni altra specie biologica.

Riferendosi a qualcosa di vago e ineffabile come la natura umana, si può legittimamente sostenere tutto e il contrario di tutto, inutile quindi dilungarsi in discussioni oziose. Curioso però ripudiare le concezioni antropologiche tipiche dell’ecologismo in favore di quelle che rimandano alla tragedia dei beni comuni di Garret Hardin o alla concezione dell’homo oeconomicus, ossia riferimenti culturali tipici della narrativa anti ambientalista (puntellati da elementi del conservatorismo cristiano anti-illuminista, vedi la “arroganza di sostituirsi a Dio”).

Partendo da questi assiomi, come per gli antiecologisti è semplice giustificare lo status quo, altrettanto lo è per Romanelli far passare il suo ‘rabbercio’ quale unica opzione possibile; insomma, “ti piace vincere facile”, citando il tormentone di una famosa pubblicità.

Per inciso, svariate analisi antropologiche e gli studi di Elinor Ostrom sulla gestione dei beni comuni hanno dimostrato che, in determinate condizioni, i gruppi umani hanno saputo ovviare a quelle che, secondo Romanelli e cultori del capitalismo, sarebbero tare intrinseche insuperabili. Più probabilmente, sono delle tendenze di fondo esasperate dal delirio di onnipotenza causato dall’avvento dell’industrializzazione.

L’ecologismo quindi, è la presa di coscienza della necessità di fare un salto evolutivo, di andare contro-natura, o almeno contro quella che è stata fino ad oggi la nostra natura. Dobbiamo essere la prima specie biologica nella storia del Pianeta che comprende la complessità e fragilità degli equilibri ecologici, e che se ne fa carico in maniera idealista, generosa e lungimirante. Altro quindi che guardarsi indietro: l’ecologismo è al contrario un pensiero iper-progressista, perchè sostiene addirittura la necessità di un salto evolutivo dell’essere umano.

Mi rattrista che il libro prenda le distanze da tanti capisaldi della cultura ambientalista rimanendo invece ancorato a uno dei cliché più odiosi, ossia quello degli ecologisti antropologicamente superiori al resto degli esseri umani, un bias snob e arrogante che li ha resi antipatici a tanti potenziali simpatizzanti.

A parte ciò, ho l’impressione che tutta l’enfasi sul cambiare la natura ‘dentro di noi’ sia più che altro dettata allo scopo di far accettare la trasformazione radicale della natura ‘fuori di noi’, comportamento tipico di altri ‘iper-progressisti’ diversi da Romanelli, si tratti di paladini del nucleare, transumanisti o altri fautori del “non tornare indietro”. Per tutti questi, sebbene propongano ricette differenti, il ripristino degli ecosistemi passa per una loro profonda alterazione.

Insomma, o l’ecologismo diventa un modo per avvalorare, confermare, ribadire, sic et simpliciter, le mie affermazioni e le mie tesi sul mondo, o è, per parlarsi ancora più chiaro, “terreno per la mia egemonia”, oppure diventa qualcosa da disprezzare e irridere. Insomma, cari ecologisti, sembra dire un certo mondo di sinistra, vi si potrebbe anche voler bene, purchè facciate l’ecologismo nella maniera che diciamo noi, per dimostrare le nostre tesi, altrimenti state facendo giardinaggio.
Un atteggiamento, oltre che intellettualmente poco produttivo, anche decisamente arrogante… In sintesi, “Non sono io che devo capire l’Ecologia, è l’Ecologia che deve capire me”.

Ricostruzione perfetta dell’atteggiamento coltivato dalla sinistra verso l’ambientalismo. Tuttavia, La risposta non sembra discostarsene troppo, consistendo in gran parte in una serie di giustificazioni di ordine culturale e politico che renderebbero possibile solo il sostegno alla transizione energetica e non un risanamento ecologico a tutto tondo, rinviato a ipotetici tempi migliori.

Tra l’altro, questo comportamento non ricalca l’attendismo perdente della sinistra canzonato da Gaber in Qualcuno era comunista? (“Perché la rivoluzione? Oggi, no. Domani forse, ma dopodomani sicuramente…”)

Ovvero, il nome Ecolobby – oggettivamente un nome un po’ … “da stronzi”, si direbbe a Firenze – vuole segnalare appunto l’idea che non abbiamo alcuna intenzione di essere “buoni”, nel senso di buonisti, né ipocriti. Che intendiamo giocarcela a muso duro, e se necessario essere anche un po’ fallosi e scorretti… Ecolobby è l’idea di giocarsela fino in fondo, in campo aperto, con lo scopo di vincere la partita. Di vincerla anche per uno a zero al 93′, con gol su rigore che non c’era.

Personalmente diffido della strategia lobbystica, anche quando associata a tematiche di indubbio valore e rilevanza. Questo approccio politico tipicamente (neo)liberale, oltre a favorire l’interesse di parte sul bene comune, tende a normalizzare le istanze radicali potenzialmente foriere di grandi cambiamenti, mentre i gruppi di pressione finiscono troppo spesso accecati dal particolarismo trasformando la causa perorata da mezzo per un rinnovamento complessivo in qualcosa di fine a se stesso. Lo scopo finale, per usare le parole di Romanelli, diventa solo ‘vincere’, costi quel che costi.

Idiosincrasie personali a parte, devo ammettere che, abbandonando il proposito di ‘salvare il pianeta’ nel nome di un realismo e di un pragmatismo che circoscrive l’obiettivo alla transizione energetica, il libro riesce a trasmettere una concreta possibilità di successo. Nel contesto dell’ecologismo, abituato a sconfitte e disillusioni continue, questa narrazione potrebbe fare breccia sia tra i giovani timorosi per il futuro sia tra i militanti più stagionati stanchi di ricevere mazzate nei denti.

Non serve ricordare che viviamo in un mondo dove Donald Trump appena insediato alla Casa Bianca ha ritirato gli USA dagli accordi sul clima e la candidata cancelliera di Alternative für Deutschland propugna il ritorno al nucleare e l’abbattimento dei “mulini della vergogna”, malgrado l’eolico nel 2024 abbia prodotto elettricità pari a quella di una dozzina di reattori di terza generazione. In questo quadro a tinte foschissime, anche una ‘risposta’ non del tutto consona può rivelarsi utile, malgrado tutto.

Un giovanissimo me stesso, inevitabilmente ingenuo e ancora ignaro di cose come la dinamica dei sistemi e la scienza della sostenibilità, probabilmente si appassionerebbe al libro ammalliato dai ragionamenti apparentemente ineccepibili dell’autore, trovando ragioni di speranza nello sconforto più totale.

Se La risposta può fungere da base di partenza per una coscienza ambientalista in evoluzione, ben venga. Se invece il lobbysmo pro rinnovabili deve rappresentare la tappa finale del percorso, dubito che quest’opera possa sortire qualche effetto positivo se mai supereremo l’era del negazionismo ecologico.

Share This